Scheda storica

SCHEDA STORICA

Dal Monastero di “San Paolo” all’Istituto Polispecialistico “San Paolo”:

un percorso lungo undici secoli!

Ricostruire, sia pure in sintesi, le vicissitudini del “San Paolo” di Sorrento, per undici secoli monastero benedettino e oggi, nel terzo millennio, sede di uno dei più frequentati istituti superiori della Penisola Sorrentina, equivale indirettamente a ripercorrere la storia della città di Sorrento.

Il primo documento certo della presenza benedettina a Sorrento è del 778; si tratta di un diploma di Carlo Magno, copia del quale è custodita presso l’abbazia di Montecassino: i monaci vi sono indicati come proprietari del monastero di San Severo e delle sue adiacenze.

La diffusione della spiritualità benedettina nel territorio, anche per la sua relativa vicinanza a Montecassino, risulta evidente dalla successiva fondazione di un monastero femminile nel IX sec., come testimoniava una lapide presente nell’edificio, oggi perduta, ma di cui nell’Archivio metropolitano è custodito il testo; non ci è peraltro pervenuto il nome del fondatore che compì la donazione dotandola di chiesa, fabbricati e terreno annesso.

L’attuale edificio è, oggi come undici secoli fa, adiacente a quello della scuola elementare “Vittorio Veneto”. Nel XIII sec. anche quello stabile ospitava un monastero benedettino, intitolato a San Giovanni Crisostomo: i due insediamenti benedettini erano separati solo da un muro. Altri due monasteri femminili benedettini sorsero nel XIV sec. a Sorrento: uno dedicato alla SS Trinità e l’altro allo Spirito Santo.

La storia del monastero si intreccia con quella del territorio indissolubilmente: come gran parte delle Penisola Sorrentina anch’esso subì le tragiche conseguenze dell’invasione ed del crudele saccheggio compiuto dall’armata saracena il 13 giungo del 1558. I Turchi, tra l’altro, distrussero sia l’archivio monastico che quello arcivescovile, determinando un considerevole “vuoto” documentale nella ricostruzione delle vicende storiche dell’edificio e della comunità che lo abitava.

Le poche monache che scamparono all’eccidio furono condotte prigioniere a Costantinopoli e la comunità si tassò per pagare il riscatto chiesto per il rilascio dei concittadini deportati. Tra i quasi 150 nomi della lista redatta dallo storico Manfredi Fasulo figura anche quello dell’abbadessa del Monastero San Paolo, Donna Vittoria Donnorso, imparentata con una delle famiglie nobili più antiche e prestigiose della città.

Nel 1563, dopo la conclusione Concilio di Trento, che aveva imposto regole rigorose di vita e la clausura delle monache, anche a Sorrento si registrò una riorganizzazione delle comunità monastiche esistenti.

Fu infatti stabilita la fusione dei monasteri di S. Spirito, San Paolo e San Giovanni Crisostomo; veniva pertanto demolito il muro divisorio tra gli ultimi due e le monache avrebbero condotto vita in comune.

In quel secolo e nel successivo si registra un costante aumento di religiose professe: probabilmente il numero di monache, suore converse e novizie superava la cinquantina nel 1563 e aumentò ulteriormente nel corso del XVII sec.; imponendo opere di ampliamento e riadattamento dei locali.

Purtroppo i due terribili terremoti del 1687 e del 1688 causarono lesioni gravissime al fabbricato; del 1731 è un nuovo, violento terremoto: la riparazione degli ingenti danni e l’aggiunta al fabbricato di nuove costruzioni nel frattempo resesi necessarie, anche per ospitare il numero crescente di monache, richiesero lavori che durarono circa quarant’anni e solo le periodiche sovvenzioni della Santa Sede permisero alla comunità di essere solvibile verso i creditori.

Solo due anni prima, peraltro, nel 1729, era stata ultimata la nuova chiesa, ricostruita sulle fondamenta della precedente, splendido gioiello dell’arte settecentesca, che ora egregiamente restaurata dai tecnici della soprintendenza, è ora restituita all’ammirazione della comunità locale e dei turisti.

Espressione dell’’anticlericalismo illuminista è il provvedimento con cui Gioacchino Murat, nel 1810, decretò la soppressione nel Regno di Napoli di tutti i monasteri di monache con un numero di professe inferiori a 12. Solo l’intervento dell’arcivescovo locale, Mons Calà, riuscì a far approvare il passaggio delle monache del monastero della Trinità al San Paolo, scongiurando la soppressione di quest’ultimo e tutelandone proprietà e rendite.

Nel 1839 Papa Pio IX, in visita a Sorrento, fu accolto solennemente nella clausura del San Paolo e dal trono, preparato nel chiostro, ammise le monache al rito del “bacio del piede” e pregò con loro: una lapide nell’atrio settecentesco, ancor oggi leggibile, ricorda l’evento.

Dopo l’Unità d’Italia, anche il “San Paolo” fu investito dai provvedimenti governativi di soppressione dei monasteri e degli ordini religiosi contemplativi, di cui lo stato incamerava rendite e proprietà: alle monache venne assegnata una “pensione statale” cui si affiancava il divieto di accogliere novizie; nonostante ciò il monastero sopravvisse.

Il 23 agosto del 1904 un ciclone si abbattè sulle altissime mura di cinta del monastero, che allora giungevano fino al limite attuale di piazza della Vittoria, e demolì parte del fabbricato e del giardino interno, danneggiando gravemente l’edificio di cui venne disposto lo sgombero immediato. La comunità monastica del San Paolo venne allora accolta nel vicino monastero domenicano di Santa Maria delle Grazie;l’anno seguente il Comune di Sorrento accettava dal Governo la cessione dell’”ex monastero di San Paolo per trasformare il giardino in Piazza e collocarvi la statua di Torquato Tasso, come riferisce il Fasulo.

Un successivo provvedimento del 12 ottobre 1907 del consiglio comunale di Sorrento, rettificando in parte il precedente, stabiliva di lasciare alle monache il fabbricato adiacente la chiesa e l’uso della stessa, con l’obbligo di provvedere ai lavori di restauro e manutenzione. Solo il 29 maggio 1912 fu possibile alle monache trasferirsi nella loro sede originaria e riprendere possesso della sola ala abitabile dell’edificio.

La crisi delle vocazioni, sempre più evidente, rischiava di determinare la morte del monastero: nel 1925, erano rimaste solo due le monache. Fu allora richiesto alla Confederazione Benedettina del SS. Sacramento di Ronco-Griffa un gruppo di religiose per un anno, per restituire nuova vita all’antica comunità; l’esperimento riuscì soprattutto perché nel frattempo erano entrate in convento tre giovani e una di loro, suor Maria Emanuella Moretti, avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella storia del monastero.

Il suo passato di docenza universitaria e di attivo apostolato nella gioventù femminile cattolica, di cui era stata anche vicepresidente nazionale, il temperamento vigoroso, la personalità forte e decisa le consentirono di guidare la rinascita della comunità monastica, che intanto accoglieva nuove vocazioni.

Uno degli impegni più gravosi che la nuova abbadessa dovette affrontare fu il ripristino dell’abitabilità dell’edificio: ancora nel 1930 del fabbricato semidistrutto dal terremoto devastante del 1907 restavano, abitabili sono parzialmente, due tronconi: l’uno su Via Tasso, che conservava l’antico parlatorio e un primo piano con poche stanze; l’altro, sul lato opposto, con il solo pianterreno; sul lato prospiciente la piazza presenti ancora ruderi e rovine. Il campanile stesso rimaneva inagibile: funzionali restavano la chiesa, con le sue adiacenze, ed il coro.

Con l’aiuto finanziario dell’Arcivescovo di Sorrento fu ristrutturato il secondo piano sul lato di Via Tasso; dopo estenuanti trattative fu restituita in proprietà al monastero una parte di terreno precedentemente incamerato dallo Stato; nell’aprile 1937 fu posta la prima pietra per la costruzione della parte nuova del monastero, sull’antistante Piazza Vittorio Veneto, e cominciarono i lavori che, protrattisi a fasi alterne, si sarebbero conclusi solo alla fine del secondo conflitto mondiale.

Per mantenersi le monache svolgevano un intenso lavoro: biografie, collaborazioni a varie riviste, versioni da altre lingue, lavori di pittura, intarsio, ricamo su paramenti e biancheria di chiesa. A partire dal 1943 particolarmente intensa fu l’attività di tipografia con la pubblicazione di importanti riviste e testi di spiritualità.

L’ubicazione dell’edificio nel centro storico di Sorrento, la necessità di continui lavori di riadattamento e ristrutturazione e l’opportunità di trovare un luogo in cui il silenzio favorisse la preghiera e la meditazione monastica, furono all’origine della sofferta decisione delle autorità religiose di trasferire nel 198 la comunità monastica presso l’ex monastero dei Frati Bigi, in località “Il Deserto”, sulla collina della vicina Sant’Agata Sui Due Golfi.

Nell’atto di cessione si stabiliva che l’edificio, che già allora necessitava di urgenti interventi strutturali, fosse destinato a scuola e ospitasse l’istituto tecnico commerciale.

Oggi il “San Paolo” di Sorrento è sede di uno dei pochi istituti polispecialistici d’Italia; il corso di studi, adeguandosi alle mutate esigenze del mercato del lavoro e della formazione giovanile, prevede numerosi indirizzi: programmatori informatici, tecnici della gestione aziendale, tecnici per il turismo, operatori del servizio turistico.

Invariata è nel tempo la sua “vocazione” di luogo di studio e di formazione: la massima benedettina “ora et labora” rimane ancora valida per chi, all’interno di queste antiche mura, è impegnato nel quotidiano, qualunque ruolo rivesta, a lavorare per la crescita umana e culturale dei ragazzi.

E’ motivo di speranza ed ottimismo pensare che questo luogo continui ad essere patrimonio e risorsa per il territorio, segno nel tempo di attenzione alla formazione e all’educazione dei giovani, impegnati a costruire sui banchi di scuola un futuro migliore per se stessi ma, soprattutto, per la comunità di appartenenza.

In una congiuntura storica in cui la memoria storica rapidamente si dissolve e viene troppo presto dimenticata, stupisce e fa riflettere che il “San Paolo” continui, dopo undici secoli, ad essere luogo vitale per il presente ed il futuro della gente della Penisola Sorrentina.